mal di schiena e chirurgia

Mal di schiena e chirurgia:
quando è un “matrimonio” necessario

Incontriamo oggi il dottor Marco Riva, neurochirurgo presso il Centro Medico Benvita. Con il dottor Riva affrontiamo il tema “mal di schiena e chirurgia“, per capire quando diventa necessario l’intervento chirurgico per porre rimedio al dolore che affligge il 7,5% della popolazione mondiale.

Buongiorno dottor Riva. Mal di schiena e chirurgia: quando diventa necessario questo “matrimonio”?

Cominciamo col dire che per il mal di schiena occorre avere una diagnosi medica prima di recarsi da altre figure non mediche. Il medico di base è una figura di importanza assoluta. Poi, per rispondere alla sua domanda, direi che il mal di schiena, se è solo mal di schiena, difficilmente ha nell’intervento chirurgico la soluzione. La sala operatoria si rivela necessaria nelle circostanze in cui il mal di schiena presenta una problematica maggiore, ovvero in presenza, ad esempio, di patologie tumorali.

Qual è il ruolo del neurochirurgo rispetto al mal di schiena?

In un contesto che deve essere necessariamente multidisciplinare (più multidisciplinare è, più il paziente ne giova), il neurochirurgo va a vedere in primis se non ci sono condizioni che meritano approfondimenti più solerti o più precisi.

Quali potrebbero essere queste condizioni limite?

Per esempio un dimagrimento eccessivo e repentino, una storia oncologica alle spalle o un mal di schiena con forte intensità e dolore. Il neurochirurgo cerca di capire anche se ci possa essere una minaccia sul sistema nervoso e quindi se, oltre al mal di schiena, ci siano sintomi come un dolore che scende con una irradiazione territoriale precisa, tipo sciatica. Oppure formicolii, sensazione di scossa elettrica, sensazione di crampi, di calore anomalo…
O anche se ci sono dei disturbi nel muovere l’arto inferiore, anche solo parzialmente: piede che non viene su, difficoltà a stare sulle punte, sui talloni, sulle ginocchia.
Questo quadro generale si riesce a delineare con la raccolta anamnestica, con una semplice intervista.

E nella visita vera e propria?

In sede di visita si vanno a testare sensibilità, riflessi e si indaga se ci siano disturbi nelle funzioni sfinteriche. Tutti questi domini vengono verificati perché spesso il mal di schiena puro non deriva da una problematica neurologica, ma siccome la schiena e fatta da colonna vertebrale, legamenti, dischi e muscoli, spesso la causa è proprio di tipo biomeccanico.

Cos’altro può emergere dalla visita?

Se nella visita non si refertano particolari segni localizzatori, o se il mal di schiena ha particolari segni localizzatori, non è escluso che ci possano essere anche cause negli organi addominali. Quindi, se il medico nota dei segni localizzatori (dolore a barra che va dal dietro verso l’avanti), può andare a chiedere delle indagini per escludere calcoli, problemi a carico degli organi genitali interni… Bisogna sottolineare che su una popolazione alle nostre latitudini il mal di schiena puro è il più frequente visto in ambulatorio.

Accennava prima ai problemi biomeccanici della colonna: quali ne sono le cause più frequenti?

Peso eccessivo, abitudini posturali errate, problemi legati all’attività sportiva praticata, sono le cause più frequenti che possono portare a problemi biomeccanici della colonna; alcuni disequilibri della colonna, che ha delle sue curvature fisiologiche che poi si innestano sul bacino, possono portare a posture di cui non ci accorgiamo e che poi portano ad un mal di schiena cronico.

La presenza di ernie quanto incide sulle problematiche della schiena?

L’ernia è uno degli attori del problema, poiché è l’espressione di una patologia di quel segmento della colonna: vuol dire che quella colonna è sovraccarica. Se si facesse una risonanza a soggetti tra i 20 e gli 80 anni, fino all’80% avrebbero ernie radiologicamente evidenti, ma, fortunatamente, non tutte queste sarebbero sintomatiche, ovvero responsabili di disturbi per la persona. A questo punto interviene lo specialista: raccoglie gli elementi clinici del paziente (dove ha il dolore, se va o meno verso la gamba, se sì, dove), poi li correla con elementi che trova nel corso della visita, per esempio dolori che emergono in seguito a determinati movimenti. Ad ogni livello della colonna lombare corrispondono un paio diverso di radici nervose che vanno a loro volta (come i fili di un impianto elettrico) a mappare territori diversi della gamba. Lo specialista va poi a correlare quanto il paziente dice con quanto vede nella visita e quanto emerge dalla risonanza magnetica. Si va quindi a stabilire, se ci sono più ernie, quale di queste è la responsabile del disturbo clinico, per poi trattarla di conseguenza.

Significa comunque operare?

L’intervento chirurgico è indicato in tre condizioni precise: quando c’è un disturbo di una funzione neurologica importante come il movimento; quando c’è un disturbo nelle funzioni sfinteriche; oppure quando il dolore è talmente intenso che le terapia mediche conservative (farmaci) non sono sufficienti a dare sollievo.

L’intervento chirurgico, in questi casi, è risolutivo al 100%?

Sul dolore ha un’altissima percentuale di riuscita, anche perché lo studio che determina queste condizioni per operare conferma che un’ernia può avere una guarigione spontanea. L’ernia del disco è praticamente una piccola pallina d’acqua che esce dal suo nido naturale e va a dare un conflitto meccanico con la radice che passa in uno spazio di pochi millimetri. Questo conflitto crea un ambiente infiammatorio che irrita la radice con tutta la sequela di eventi clinici, dal dolore ai disturbi neurologici. Nell’arco dei 6-9 mesi la pallina d’acqua può andare incontro ad una guarigione spontanea, perché, disidratandosi, perde il suo contenuto acquoso e si riduce di volume,  fino a sparire, senza l’assunzione di alcun farmaco

Quale ruolo svolgono i farmaci in questa situazione?

Servono a contrastare i meccanismi infiammatori che sono alla base del dolore e che possono rappresentare una minaccia per la funzione di quella radice.

In precedenza lei ci ha spiegato l’importanza dell’intervento multidisciplinare: quali specialisti sono coinvolti?

Sicuramente le figure principali sono neurochirurgo, fisiatra e terapista del dolore.
Quest’ultimo interviene per procedere con le terapie infiltrative che iniettano il farmaco vicino al tessuto nervoso. Esse danno un beneficio e producono un effetto sinergico. Che cosa significa? Significa che il riposo, i farmaci per bocca, la guarigione spontanea dell’ernia, le infiltrazioni, hanno un effetto non addizionale, ma proprio sinergico: uno più uno più uno non fa tre, ma tre virgola cinque, o addirittura quattro. Coprono il dolore intanto che l’ernia guarisce, ovvero fino a quando la persona torna a stare bene senza l’ausilio di farmaci, sia che si faccia un percorso chirurgico, sia che si faccia un percorso medico.

Ringraziamo il dottor Riva e ricordiamo che, attraverso questo link, è possibile prenotare un appuntamento con gli specialisti del Centro Medico Benvita.

Redazione Benvita
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